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InForum Soci – Le ragioni dell’attuale crisi economica

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Secondo appuntamento con la sintesi degli interventi maggiormente significativi di Inforum Soci 2012 (un evento formativo organizzato periodicamente da Ctm Altromercato per trattare argomenti fortemente legati al Commercio Equo e Solidale).

Filippo Taddei – Le ragioni dell’attuale crisi economica

Filippo Taddei: (Assistant Professor Collegio Carlo Alberto Torino) ci ha accompagnato in un percorso economico per provare a capire le ragioni dell’attuale crisi.

Il suo viaggio economico è partito dagli anni ’50 – quando l’Italia registrava tassi di crescita superiori a quelli dell’attuale Cina – per poi effettuare un interessante raffronto tra la crescita annua dell’Italia a partire dagli anni ’70 e la crescita delle ore medie di lavoro annue per lavoratore. Da tale raffronto è emerso che nel 1970 in Italia ciascun lavoratore italiano era impegnato nella propria attività lavorativa per 2.181 ore annue mentre nel 2005 tale valore si è posizionato a 1.801 ore lavorate annue. Effettivamente in Italia c’è stata negli anni una riduzione delle ore di lavoro per lavoratore ma, tale miglioramento, è tra i più bassi dei Paesi industrializzati; tenendo come riferimento sempre l’anno 2005, infatti, le ore annue lavorate per lavoratore in Giappone risultavano essere 1.775, in Germania 1437, negli Stati Uniti 1713 e in Francia 1546. Malgrado registriamo il maggior livello di ore annue lavorate, cresciamo mediamente l’1% annuo in meno rispetto agli stati considerati.

Tale analisi è stata poi seguita da una riflessione sull’attuale momento storico, in cui non sono le economie emergenti ma quelle economie avanzate a subire la recessione (Area Euro); l’Italia è uno degli stati che ne sta risentendo maggiormente. Ciò che sta accadendo a livello globale è che i Paesi economicamente più “deboli”, come ad esempio la Cina e il Giappone (produttori industriali), e il Medio Oriente ( produttore principalmente di materie prime) vendono beni ai Paesi economicamente più avanzati e questi ultimi pagano tali forniture attraverso titoli di debito. Ciò significa che i Paesi economicamente più “deboli” prestano denaro ai Paesi più ricchi e questo determina il permanere delle tensioni. In questo momento, ad esempio, il partner commerciale degli Stati Uniti è la Cina: quando la Cina ha iniziato a prestare denaro agli Stati Uniti, ha richiesto come contropartita titoli di debito particolarmente sicuri. Per farlo, gli Stati Uniti hanno iniziato a creare un mercato di titoli fondato sulle abitazioni:

Dal Mutuo alle famiglie ai Mutui aggregati e creazione del titolo fino al Titolo sicuro, perché garantito dalle case e ceduto alla Cina.

Dai mutui sulle abitazioni si è poi passati alla loro Cartolarizzazione: il mutuo non rimane più all’interno della Banca ma viene distribuito per tutto il periodo del suo piano di ammortamento. Si passa quindi dal processo denominato “ORIGINATE TO MATURITY” ( titolo creato con l’obiettivo di essere rimborsato a scadenza), al processo detto “ORIGINATE TO DISTRIBUTION” ( titolo creato con l’obiettivo di essere distribuito senza curarsi dell’effettivo rimborso a scadenza). In questo modo vengono emessi diversi tipi di titoli caratterizzati a loro volta da una diversa rischiosità.

Titoli in ordine di rischiosità (Rating): dal meno al più rischioso

AAA
AA
A
BBB
BB → questi a loro volta vengono usati per creare altri titoli →AAA

AA

A

BBB
BB
B

Tale meccanismo si fonda sul corretto principio della diversificazione del rischio.
Ciò che ha portato tale meccanismo a incepparsi è stata la distribuzione dei titoli a bassissima rischiosità (AAA) all’esterno (ad es. in favore della Cina) lasciando circolare all’interno dei mercati delle economie avanzate solo i titoli più rischiosi. Questo è avvenuto perché dalle prime valutazioni emergeva che i prezzi delle case aumentavano in maniera vertiginosa e questo riduceva la rischiosità dei titoli perché se anche alcuni mutui non sarebbero mai stati ripagati, tale rischio era compensato dall’aumento del prezzo delle case che, in caso di mancato pagamento, sarebbero state rivendute dalle banche a prezzi nettamente superiori.

In tali valutazioni, però, ci si è dimenticati di considerare che, in una dinamica di mercato, ciclicamente si registrano dei crolli e così è accaduto anche per il crollo della New Economy nel 2001.

Ad aggravare la situazione ha contribuito l’intreccio delle economie dei vari Paesi reciprocamente collegate tra loro. Se guardassimo solo all’America, infatti, all’inizio degli anni 2000, il tasso di default era aumentato “solo” del 4% (dal 2% al 6%); questo dato non risultava essere sufficiente per determinare una crisi di tale portata.

Estendendo la considerazione di cui sopra all’Europa, si nota che nell’area euro ogni stato è così concatenato all’altro che più della metà del debito Italiano, ad esempio, è detenuto dagli altri Paesi europei; le nostre banche comprano debito estero -considerato attualmente più sicuro- e questo rappresenta il motivo principale per cui si sta cercando di salvare la Grecia malgrado abbia valori di indicatori economici (debito pubblico, PIL, etc) molto peggiori di quelli registrati dall’Argentina nei primi anni del 2000.
Dall’intervento del Prof. Filippo Taddei, è emerso, quindi, che in economia ciclicamente si registrano dei crolli che, dato l’intreccio delle varie economie e dei vari Paesi, possono causare danni di entità imprevista.

A questo punto ci si è domandati quale sarà la prossima bolla? Il prof. Taddei ha individuato i seguenti settori / aree geografiche – economiche come possibile risposta:
commodities:
prodotti agricoli;
minerali;
metalli.
BRIC (Brasile, Russia, India e Cina).

Per Filippo Taddei il problema non riguarda il debito – dato che risulta necessario tutelare il diritto al credito – ma che “tipo” di debito.
“I Paesi indicati nell’area BRIC sono grandi, in grande crescita a livello di popolazione ma anche in termini economici. E’ necessario cambiare la struttura produttiva prendendo ad esempio imprese come la Nokia che ha iniziato producendo legname, poi è passata alla lavorazione della gomma per occuparsi successivamente della produzione di pneumatici, poi di prodotti elettrici e infine è giunta alla produzione di beni di telefonia. Ciò che bisogna fare è reinventarsi partendo dalle competenze e capacità in essere. Se il Commercio Equo e Solidale risulterà capace di fare questo avrà raggiunto il suo obiettivo. Adesso è l’unica cosa che serve”.